Scrivono di lui

Hanno scritto di Lui

Recensioni sul modo di fare arte dello Scultore Ignazio Campagna e brevi descrizioni delle sue opere da parte di altri artisti tra cui, Gottardo Ortelli, e critici contemporanei.

Gottardo Ortelli

Ignazio appartiene a quella "Razza" che la scultura la fa per forza di levare. Scultori che oltre alla sensibilità ed intelligenza, mettono in confronto forza e fatica, calli e sudore. Razza in via d'estinzione, se ci guardiamo attorno troviamo ben pochi esemplari in circolazione. La materia di questa scultura, pietra o granito che sia, ha una propria forza o anima con la quale bisogna entrare in sintonia, bisogna "viverla" per cavarne qualcosa di buono. Ignazio lo sa bene avendo frequentato tanti Picasass Viggiutesi (una schiera ancora incredibilmente numerosa e affascinante) che della pietra conoscono tutti i segreti e ne parlano trasognati come di figli o di amanti.

Nel suo studio, meglio nel suo "laboratorio" li a due passi dalle cave di pietra di Viggiù, Ignazio mi mostra ogni tanto il suo lavoro. Non spreca mai molte parole, è abituato a fare non a dire, va subito al "sodo".Guardandomi un pò in tralice aspetta le mie reazione, poi pian piano si rilassa, allora parliamo. Parliamo dei valori della materia, di come si legga il tempo del granito nei millenni e nella più giovane pietra.

Di come debba muoversi lo scalpello per seguire la vena, di come vive efreme un piano finito col ferro, di come invece un volume polito e lucidato si fa incontro all'atmosfera. Passano nei nostri discorsi Moore e Marini, ma anche Wotruba e Giacometti referenti della ricerca di Ignazio.

Anche lui a scelto la figura umana come tema della ricerca, un'architettura umana nella quale leggere le forze nascoste della vita, i ritmi segreti del tempo, la dimensione inafferrabile dei sentimenti. E, poi rivivere un senso affascinato dello spazio, riconoscersi in una forma conclusa, nella concrezione plastica del volume, nel gioco serrato dei pieni e dei vuoti. Questo è il senso profondo del fare scultura ed è quello che Ignazio fa con risultati che si vanno facendo sempre più consistenti.

Gottardo Ortelli, Milano 1987.

Floriano Bodini

Guardare il lavoro di un giovane, capirne la formazione, la ricerca, l'indirizzo preciso per definire l'identità è compito primario per chi scrive, e segno di vera partecipazione al lavoro, corresponsione ad intuizioni seriamente espresse e sviluppate con un'attenzione che non usa le frasi fatte e profuse all'ingrosso. Sono convinto che ciò possa costruire una delle basi sulle quali fondare la costruzione della personalità di un nuovo Artista che si arricchisce in egual misura di approfondimenti tecnici e di linguaggio (il non mai troppo lodato"Mestiere"!) che degli scambi fra passato e presente, fra generazioni attuali e personalità già evidenziate.

E ciò con i rischi che possono derivare dall'interpretazione di una materia magmatica come l'oggi, confusa da mode e giochi di mercato dei quali darà la giusta misura naturalmente la storia facendo decantare (e decadere) la inutile zavorra.

Credo allora che il nostro procedere possa snodarsi fra espressione e riflessione, facendo ascendere a queste categorie, che ben interpreta l'oggi, gli atteggiamneti di fondo dello scultore, Campagna, che così vive il quotidiano filtrandone le emozioni.

Vive e opera a Varese, e ciò non è privo di significati, pensando a una Terra ricca di eredità storica e di cultura, segnata dal lavoro di personalità quali Grandi, Butti, Pellini e di tutti gli altri artisti che hanno avuto nella zona rilievo, facendo grande questa verde provincia del nostro "Bel Paese".

Ignazio Campagna viene da una civiltà solare e mediata, nato a Bagheria nel cuore del Mediterraneo. I suoi antenati sono dunque classici, propenendoci egli una scultura fatta di ritmi sereni e placati, con una vena riflessiva, nostalgicamente rivolta a ritrovare il segno composto e severo della forma arcaica.

Nel presente trova aspirazioni e affinità in Maestri che come Moore, Marini, Wotruba e Negri lo guidano verso i ritmi cadenziati, liricamente enunciati che chiudono nella forma del presente i ricordi e i frammenti di antiche civiltà. La sua strada continua in questa precisa direzione, che ha nella pietra il necessario tramite per farsi scultura

Floriano Bodini, Milano 1992.

Giorgio Seveso

L'emozione del corpo e della sintesi.

L'emozione del corpo e della sintesi Campagna è venuto in Lombardia a quattordici anni, lasciando alle spalle il sole pietroso della sua Sicilia e i profumi del mare. Eppure, di quella solarità classica e di quella dolcezza mediterranea, la sua mano e la sua immaginazione sono ancora fervide e palpitanti, anche se si direbbe che, qui al nord, la sua sensibilità abbia respirato qualcosa di romanticamente spigoloso, di irto e di scabro. Ne è sortito un linguaggio scultoreo cadenzato e robusto, una sorta di meditativa sintesi d'immagine giocata tra le sponde di un aspro "cubismo" dilatato e dinamico o, talvolta, di una più rotonda ed espressionistica enunciazione. Altri hanno opportunamente parlato di Wotruba, di Moore, per certe cose anche di Giacometti, ed è fuor di dubbio che quegli esempi egli li abbia negli occhi e nel cuore quando, di fronte al candoglia o a un bel blocco di pietra di Vicenza, di fronte ad un ceppo ben stagionato, vi vede delinearsi le linee guida dello scalpello e della sgorbia.

Ma è altrettanto certo che il tratto più incisivo della sua personalità emerge sopratutto del particolare senso del rapporto che nelle sue immagini si stabilisce tra il nucleo dell'idea poetica e il trattamento formale e plastico dell'immagine stessa. Lavorando in levare, il ritmo della sua definizione ha di fatti robustezze sempre concluse, definitive, conformate da una sensibilità che Floriano Bodini aveva definita, per lui, come percorsa da una sorta di costante nostalgia verso il segno composto e severo della forma arcaica....E davvero la cifra delle sue immagini può essere trovata in un simile gusto arcaicizzante, fatto di volumi scanditi e di sintesi elementari, in cui tuttavia la geometrizzazione delle masse e della dinamicità degli spigoli (l'ho chiamata più sopra "cubismo" solo per interderci) interviene a contrasto, stabilendo inediti e suggestivi equilibri, stimolanti e attualissimi spiazzamenti della percezione. Il corpo umano, in questo modo, diventa per lui tutto un pianeta da esplorare, d a svelare nei suoi più segreti lineamenti geologici.

La sua densità e insieme le sue fragilità, il movimento e la stasi, il piegamento di un arto o di un busto, tutto concorre a concentrare la tensione e l'incombenza dell'immagine verso una forma (anzi, una metaforma, cioè un archetipo) di forte e immediato impatto poetico. Difatti, la stilizzazioni e le geometrizzazioni che sotto le sue mani percorrono il legno e la pietra non appaiono mai fini a se stesse, non risultano mai esclusivamente aspirate alle mere ragioni del bello scultoreo o a quelle di una rigida sintassi stilistica, e si collegano invece, grazie alle misteriose vie dell'allusione figurale, alle compatte sostanze emozionali della poesia.

Siamo di fronte, dunque, ad un'artista il quale, pur maneggiando un repertorio formale di decisa attualità plastica, in cui importante ed evidente è il ruolo della formalizzazione, non ha per nulla e mai rinunciato, tuttavia, a volere ben umana la sua scultura, ad impegnarsi perchè le sue opere riescano davvero, e vivamente, a comunicare emozioni legate non solo all'occhio ma anche al cuore dell'uomo.

Giorgio seveso

Luigi Cavadini

L’uomo e la natura sono i riferimenti tradizionali della ricerca plastica. Ignazio Campagna non si sottrae a questa consuetudine che anzi sviluppa con una propria originalità. Questi due elementi, o temi, costituiscono infatti il substrato di buona parte della sua ricerca: a volte sono affrontati nella loro singolarità, ma, più spesso si trovano intrecciati in una sorta di metamorfosi o compenetrati in composizioni che ne mutuano i valori formali senza referenze dirette e riconoscibili.

Il sottile intreccio che si manifesta in queste opere (e a volte si fa tanto intimo da generare un “corpo” nuovo) nasce da una considerazione attenta di uno degli elementi della natura più liberi, l’acqua. Materia palpabile, ma nello stesso tempo sfuggente. E ancor più per uno scultore che, per sua natura, cerca di fermare nella materia la corporeità. Campagna risolve bene questo dualismo tra corpo statico e corpo in divenire (come è l’acqua) prima in un confronto stretto tra le curve di un corpo di donna e le onde, poi indagando con semplicità questo fluire delle acque che si fanno corpo in sé, senza più mediazione alcuna.

Certo l’idea della mutazione della forma ha precedenti illustri, in campo letterario soprattutto, ma l’artista qui pare più interessato a interpretare la natura come elemento vitale che come oggetto di una trasformazione. La “liquidità” dell’acqua si materializza in astratte figure sia verticali che orizzontali in cui il fluttuare della forma, che risponde alla forza di gravità o che pare distendersi sulla ruvida superficie della terra, si esprime in evoluzione plastiche di assoluta naturalità. In questa situazione torna come un’eco la parola di Ungaretti quando parla di “urna d’acqua” entro cui l’uomo si adagia per lasciarsi cullare e coccolare. A sottolineare anche il valore poetico che queste opere racchiudono.

Il senso dell’elemento acqua, presente ma trasparente, ritorna anche in un’opera in cui essa è scultura invisibile, quella in cui si propongono due nuotatori che galleggiano nel nulla: una efficace narrazione che ha un presupposto illustre nella “Donna che nuota sott’acqua” di Arturo Martini. Importante in questo caso è la capacità di rendere presente l’assenza, quella assenza che i corpi allungati e dinamici, pur nella inevitabile staticità della scultura, contribuiscono ad evocare.

Nel complesso è evidente come queste sensazioni di natura come elemento vitale possano essere ben rappresentate dalla evoluzione curvilinea tridimensionale ottenuta da Campagna secondo i due percorsi classici della scultura, per via di porre (nei gessi e nelle terrecotte) e per via di levare (nei marmi e nei legni).

Luigi cavadini, 2009

Ettore Ceriani

Ignazio Campagna è scultore di lucida visionarietà, cui corrisponde un linguaggio plastico vigoroso, ma nel contempo controllato e portato ad una severa essenzialità dei volumi, piani e linee.

Queste ultime tendono a comprimere ulteriormente la struttura con dettagli a tendenza geometrica che acuiscono le tensioni all'interno del modellato e nei confronti dello spazio. L'artista da sempre dimostra uno specifico interesse verso la mitologia ed i tanti personaggi che la interpretano, ma vi accede con spirito critico ed evidenti inflessioni tautologiche.

Ricollegarsi ad antiche memorie e leggende serve a fornire una carica simbolica che esula dal tempo ed offre poetica continuità alla vicenda umana. la figura, soprattutto quella della donna, è per Campagna la forma subliminale, poiché rappresenta - per la sua ricchezza interiore e per l'unitarietà in cui si amalgamano dati psichici e fisici - l'unicum entro cui si concentrano le varie fasi della storia dell'uomo. I suoi costanti riferimenti ad un passato in cui realtà e leggenda trovano reciproche giustificazioni va letto come la necessità dell'uomo, di trovare, indipendentemente dall'epoca, una soluzione trascendente alle difficoltà dell'esistenza.

Ettore Ceriani, Luglio 2010

Ermanno Morosi

“Celebrare, ecco si! Destinato a celebrare
saturi come bronzo dal silenzio della pietra” (Rilke).

La scultura è, per il mio privato immaginario, un’arte energetica che richiede la massima coordinazione della mente e della mano, dell’energia dei neuroni e della forza dei muscoli. Rende morbida la dura pietra, trasforma la materia nella leggerezza del significato. Transustanzia il geologico in spirituale. Un’arte siffatta ha in sé qualcosa di prometeico e d’ orfico: nasce da una bruciante passione e la domina, addomesticandola in forme. Ignazio è in sé, per come almeno lo conosco io, dotato di quell’impulso caratteriale che definisco orfico.

Il fatto di lavorare la pietra (la più nobile delle pietre, il marmo) non è forse uno degli accidenti causali di una vita, ma una scelta inconsciamente mediata e voluta, l’estrinsecazione di un modo di essere. L’impulso orfico è attratto dalla forza primordiale del mito. Si esprime per archetipi, per simboli sintetici dotati di consistenza. Nel suo dinamismo non c’è spazio per sfumature liriche, per struggimenti del cuore, tanto la mente è rapita dalla totalità dell’idea. Penso a questo mentre osservo l’Ofelia, facendo scivolare lo sguardo “a tutto tondo”.

E’ sdraiata come un eterno femminino maestoso e possente, ossessiva idea di donna scolpita nel marmo di Candoglia. E’ la metamorfosi della materia in struttura biologica. Metamorfosi, appunto. Ecco un altro mito possente: quello panico della rinaturalizzazione dell’uomo. La figura umana si scioglie in natura. Ofelia e colta nel momento in cui le sua membra si stanno trasformando in acqua. Passaggio dallo stato solido a quello liquido. Ed è questa metamorfosi che crea il movimento, dialettica del pieno e del vuoto, della luce e dell’ombra. Merè. Mer, donna, acqua, mare, nascita… il simbolismo si impone, con la sua violenza evocativa. Ofelia, materia resa viva dallo scultore, si rianima per la seconda volta sotto lo sguardo dell’interprete a caccia di miti. L’onda è sinuosa, rappresenta il dominio della linea curva, il superamento di ogni spigolosità. La figura è addolcita, femminilizzata, e su di essa l’osservatore può fluire liberamente, con la carezza dello sguardo.

Ma la dialettica retta-curva non è annullata. Si veda quella figura bifronte, "Passaggio Verso", schiacciata, incastonata dentro un rettangolo dalle molteplici significazioni: è la cornice di una scultura che, appiattita bidimensionalmente, si fa quadro; è una porta à la Somaini, è un varco carico di ascendenze letterarie, è un tabernacolo entro cui la donna è sacralizzata… Ebbene, qui le sinuosità, ancora una volta legate all’anatomia femminile, sono compresse e racchiuse in una struttura rigida. Ne nasce un dialogo, che mette in scene le geometrie dell’umano, tra il rigido e il sinuoso, il maschile e il femminile. Un dialogo ad alta valenza simbolica, come si addice a un scultore orfico.

Ermanno Morosi, Varese 2002.

Biografia completa Scultore Ignazio Campagna
Opere sul "Mito di Marsia" Sculture in Marmo di Candoglia

Catalogo Sculture / Sculptures Catalog

L’evoluzione della forma / The evolution of the shape

LA PIETRA È VITA / THE STONE IS LIFE
La forza del levare è un processo tecnico nato molto tempo fa che tanti uomini hanno realizzato durante i millenni. E’ un procedimento che concede pochi spazi di ripensamenti sulle forme prima sentite e poi scolpite. Ecco calandomi in questo antico mestiere percepisco la forza vitale della materia che lentamente prende forma. Un percorso lungo quarantanni prima tra le botteghe dei picassas e poi negli gli studi dei maestri per cui ho lavorato. Le forme si sono avvicendate in un turbinio di soluzioni formali che partendo dall’inizio dalla mera figura umana si sono evolute dirigendosi sempre di più verso ricerche più sintetiche e geometriche.

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Catalogo Sculture / Sculpture Catalog 2000-2015